No al doping sì al sudore!Versione stampabile


Tyson Gay, Asafa Powell, Sabine Heitling, Idalto Rodrigues. Nomi questi che fino a qualche giorno fa corrispondevano ad atleti da emulare per resa e doti. Ma essi sono soltanto alcuni dei tanti che sono scivolati e scivolano giorno dopo giorno, abbagliati da scorciatoie insidiose. Una gara è sempre un confronto, un bilancio, una verifica in primo luogo con se stessi. Per comprendere quanto delicato sia quel momento molti esperti del settore indicano come specchio il comportamento dei bambini. Un infante al suo debutto è nervoso, nelle ore immediatamente precedenti alterna fasi in cui è patologicamente euforico a momenti di nero sconforto e sovente fa i capricci. Eppure il bimbo ha dei genitori, che se intelligenti, lo sosterranno comunque a prescindere dal risultato conseguito, tecnici che lo seguiranno nel suo-speriamo lungo-viaggio nel mondo dell'atletica. Un adulto no! Un adulto accanto ad ansie da performance fisiologiche, deve sopportare il fardello di liti in famiglia (originate di frequente dal fatto che magari in casa avrebbero voluto che il rampollo avesse trascorso il suo tempo non con le scarpette ai piedi, ma col capo chino sui libri per conseguire un titolo accademico), subisce martellamenti continui da parte di sedicenti preparatori atletici, che gli prospettano allori e trofei sull'olio, tacendo il lato oscuro id est le conseguenze oltremodo deleterie che il doping provoca sull'organismo di chi sceglie di farne uso anche solo occasionalmente. Il fenomeno va arginato a vari livelli. In primo luogo ab ovo: operando con le giovani generazioni in maniera saggia e lungimirante. L'atletica è sacrificio. Ma il termine sacrificio non ha necessariamente un'accezione negativa. Rinunciare ad una passeggiata, ai week-end in montagna, alle anteprime al cinema paga nel lungo termine se quel tempo è utilmente speso. Ed allora dopo aver reperito sul territorio talenti non disperdiamoli spaventandoli; dipingendo il mondo degli atleti come quello di chi fa solo rinunce per poi ottenere, in rarissimi casi, pochi istanti di gloria. Di certo per conseguire risultati di rilievo non si avrà una giornata lasciata al caso, non si potrà gestire il proprio tempo concedendosi vizi e strappi e conducendo un'esistenza all'insegna dell'ozio. Ma quei momenti in cui quel giovane si allenerà, in cui scambierà battute con i tecnici, in cui, esausto, vorrà mandare tutto al diavolo lo formeranno edificando il suo animo, favoriranno la sua crescita e gli agevoleranno l'inserimento nei vari contesti sociali. Il corpo e lo spirito di chi si mette in gioco e sceglie di partecipare a manifestazioni competitive e non risulteranno formati e modellati dalle fatiche e dagli ostacoli che si sono dovuti superare e ciascuno svilupperà delle strategie sue proprie, che unitamente al rispetto pedissequo di tabelle e schemi predisposti dai tecnici lo traghetteranno verso soddisfazioni sempre più grandi; e saranno soprattutto questi aspetti a dar sale e gusto alla pratica sportiva oltre ovviamente al saper studiare le mosse dell'avversario, capire i segnali del proprio organismo, curare la propria alimentazione. Veniamo al secondo livello, che richiede competenze maggiori, abilità in campo, rudimenti di psicologia e menti raffinate, che si sono cibate di manuali attendibili e che sono aperte e permeabili al confronto con personale qualificato. Dura è reperire giovani leve, ma arduo diventa fidelizzarie per poi passare alla fase della programmazione e degli allenamenti mirati a conseguire e centrare obiettivi. Rispettare i programmi richiederà abnegazione e costanza, che non sono scheletri da nascondere o dinosauri da combattere, hanno accezioni positive, se non ci si sofferma sull'aspetto epidermico. Sono sinonimi di ordine, di disciplina e di rispetto e cura della propria persona. Le vittorie facili non sono mai esistite, chi le propone come scorciatoie e trampolini di lancio per ottenere strabilianti risultati priva i potenziali atleti delle gioie e delle emozioni che solo un percorso graduale e scandito da fasi fisiologiche possono donare. Far ricorso al doping equivale a scrivere la parola fine alla propria potenziale carriera sportiva, con un'aggravante tutt'altro che marginale, che attiene ai danni irreparabili che tali sostanze arrecano all'organismo di quanti le ingeriscano. Ed allora arginiamo questo fenomeno mostrandoci compatti nel ghettizzare e punire chi tenta di diffonderle proponendole come balsami miracolosi. Senza tema alcuna etichettiamo tali soggetti come turpi truffatori che porgono la mano a insicuri e deboli atleti in erba che, assecondandone le volontà e seguendoli nel loro disegno, si autocondannano ad un suicidio agonistico certo.   


25/07/2013
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